Review by Vittoria Biasi(La metafisica del pino)
Laure Martin Art Critic
L’albero ha valore simbolico e rimandi culturali presso tutti i popoli. La crescita e la continuità naturale tra radice e fusto sono la metafora del percorso dell’uomo nel profondo legame tra passato e presente proiettati nella dimensione spazio temporale. Nelle sale Galleria Borghese di Roma la statua Apollo e Dafne di Bernini (1625) celebra la fusione dei mondi e cela, nel candore del marmo, il mistero della trasformazione.
A emblema del segreto, che si rende manifesto nelle forme del mondo naturale, l’artista Lee Gil Rae sviluppa una poetica di osservazione e trans-scrizione sull’albero del Pino e sul sasso, che esprimono una costante nella dialettica della sua creatività. L’artista sente la loro vicinanza all’uomo, li percepisce in un panteismo materialistico tra cielo e terra, tra racconto e leggenda. La distanza tra la percezione e la sua realizzazione è ampia e il linguaggio creativo deve colmare lo spazio procedendo gradualmente, per passaggi.
Dai confronti pittorici e dallo studio di Alberto Giacometti, che trasmette nelle sue opere la tensione verso la spazialità, Lee Gil Rae approda ad un metodo di lavoro in cui raggiungere il ritmo di una realtà sfuggente, in cui materia e spirito si fondono e si confondono.
Per realizzare un linguaggio estetico nudo, l’artista utilizza tubi in rame che seziona obliquamente in sottili anelli ellittici, come orbite terrestri. Ognuno di questi è unito al successivo quasi inseguendo una legge naturale per cui ogni cellula si salda alla sua compagna. La ritualità del metodo si fonde con la mutevolezza delle forme. L’artista in Human-Shaped Pine Tree ripercorre i mutamenti dell’albero come se il Pino, nel conflitto con il vento, avesse trovato una risoluzione. La forma e il metodo alludono al concetto di una duplice lotta che l’uomo, l’albero e gli elementi della natura devono affrontare: interiormente per armonizzare il sogno con le contrastanti pulsioni e esteriormente per sostenere un percorso nelle avverse condizioni. Gli anelli ovali, saldati tra loro, sono l’astrazione della superficie ruvida, screpolata, divisa, ferita in più parti, che la mano accarezza cercando di sentire 86 l’energia della pianta: sono l’avventura del segno, che si ripete seguendo un suo ritmo. Questo, che è alle origini delle sue creazioni, consente di rendere infinito il f inito, di frammentare la totalità in parti che conservano l’idea di infinito, di ritmo che si inserisce in una storicità oltre il concetto di fine, è il senso.
La letteratura, la poesia, la musica, l’arte, il creato poggiano la loro esistenza sul rapporto misterioso tra il visibile e il suo oltre; il linguaggio di Lee Gil Rae si inserisce nella relazione tra la storia del segno visibile e la ricerca del suo essere ritmo. Il senso è l’oltre di quel battito comune a popoli, lingue e arte oltre ogni appartenenza territoriale o ricerca scientifica: lui è il maestro senza nome, che guida l’arte nella ricerca senza fine.
Il rapporto tra senso e ritmo pone le opere di Lee Gil Rae accanto a quelle di Insu Choi, Kwang-Ho Jeong proposti nelle due edizioni espositive sulla monocromia bianca tra Italia e Corea . Gli artisti sono accomunati dalla metodologia della scomposizione della linea, rappresentata dal sottile filo di metallo umile o di rame o di acciaio, in una sorta di unità di misura, quasi segmenti temporali di un percorso interiore. Insu Choi, Kwang-Ho Jeong, Lee Gil Rae edificano il loro progetto strutturandolo nel confronto con lo spazio vuoto, che le loro mani modellano per raggiungere l’idea. Ogni possibile rappresentazione dell’invisibile deriva dalla ritualità del gesto, che unisce le parti, in successione come in un componimento poetico.
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